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Quei momenti di REBOUND

Se pratichi Yin yoga conosci bene il termine REBOUND, una parola imprescindibile per questo tipo di pratica.

Rebound, che può essere tradotto nel contesto in cui ci troviamo come “recupero, ritorno alla normalità”, è una posa tra le pose, il momento che intercorre tra una postura appena lasciata e quella che seguirà.

Paul Grilley, colui che negli anni Novanta ha contribuito alla diffusione di uno stile più calmo e lento di yoga che, per l’appunto, da allora ha preso il nome di Yin dal primo libro da lui pubblicato che univa tradizionali posture yogiche, concetti taoisti e teoria dei meridiani, parlando di rebound scrive:

“Dopo avere tenuto una postura per alcuni minuti è una buona idea rilassarci sulla schiena e sentire il rebound. Le posture bloccano temporaneamente il chi (ndt: energia) e il sangue in alcune parti e li ridirigono verso altre aree. Il rebound è ciò che sentiamo dopo essere usciti dalla postura ed esserci rilassati sulla schiena. Le sensazioni fisiche date dalla stimolazione di muscoli e articolazioni normalmente controllano la nostra consapevolezza durante la tenuta delle posture, ma quando ci rilassiamo sulla schiena possiamo concentrarci con tranquillità sulla sensazione del chi. Questo può manifestarsi come un senso di pressione che si diffonde in tutto il corpo o come una sensazione più specifica di energia lungo la colonna o le gambe. Dopo un minuto o poco più le sensazioni assumono un’altra forma e si trasformano in un generale senso di placida calma che non si limita a un’area in particolare.”



Quest’idea in realtà non è nuova alla pratica.

A questo scopo, anche nella sequenza Sivananda, a chiusura di ciascun gruppo di asana viene intenzionalmente proposta la pratica di shavasana. Ma anche quando pratichiamo una sequenza qualsiasi di hatha ci ritroviamo spesso a interrompere il flusso di movimenti indipendentemente che ci si trovi in piedi, seduti o sdraiati.

Il concetto è difatti il medesimo: rilassare il corpo dopo uno sforzo dandosi il tempo di rilasciare consapevolmente le tensioni che si sono create nell’esecuzione delle posture, tornare al respiro che spesso si trascura perché concentrati sulla corporeità e ascoltare i movimenti interni più o meno sottili.

Questi momenti, a mio avviso quasi più rilevanti delle posture vere e proprie, sono anche quelli più complessi da gestire: occhi spaesati che si affrettano sul tappetino altrui alla ricerca di suggerimenti, movimenti veloci, irrequietudine che aleggia, difficoltà a gestire spazi silenziosi, …


Ancora una volta mi sono così ritrovata a riflettere sul fatto che nella vita, ma anche in un tempo più circoscritto come può essere una giornata qualunque, abbiamo a nostra volta indiscutibilmente bisogno di un rebound. Si tratta di una parentesi a cui non siamo più abituati talmente elevati sono i ritmi che ci vengono richiesti e a cui ci siamo adattati, pertanto è innanzitutto difficile riconoscere la necessità di darsi spazio e tempo e, una volta accolto tale bisogno, soddisfarlo. Ma tale passaggio è essenziale. E’ difatti nel momento in cui prendiamo distanza da una situazione che possiamo comprendere quale impronta quell’esperienza ha lasciato in noi. Permetterci di guardarla senza troppo ispezionarla. Avvertirne il segno. Infine, integrarla.

Esattamente così come accade attraverso l’osservazione della grossolanità fisica nel momento in cui ci assestiamo in una postura, entriamo in contatto con la plasticità dei tessuti e, a seguito di un senso di fragilità e vulnerabilità iniziali, il corpo ci mostra di avere un proprio ritmo di recupero non negoziabile, se manteniamo il nostro sguardo in all’erta-curiosità spesso scopriamo che un riverbero sottile - molte volte inconscio - di ciò che si è esperito risuoni all’interno nei giorni a seguire, talvolta accompagnandoci addirittura per settimane e mesi, un movimento profondo che non è conveniente accelerare o interrompere ma che è bene favorire. Indipendentemente dal paesaggio di emozioni che questo processo di ritorno immancabilmente porta con sé (meraviglia, dolore, vulnerabilità, fiducia in sé, confusione, paura, gratitudine e tanto altro), per noi rappresenta un’immensa opportunità che ci permette di scoprire come l’esperienza ci ha plasmati, se e come ci siamo ristabiliti nel nostro centro, se e come abbiamo ridefinito i confini del nostro essere.

 
 
 

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